giovedì 12 maggio 2011

DE LUCA E LA FUNZIONE DELLA INDIVIDUALITA'



De Luca e la funzione della individualità

Ho letto in questi giorni un articolo di Alberto Cuomo, persona che personalmente stimo moltissimo, nel quale si paragonava De Luca ad uno sceicco e le sue opere alla trasformazione di Salerno in un Emirato.
Il giudizio era negativo e, in un certo senso “statico”.
Io non condivido tale impostazione del ragionamento perché ritengo che sia importante in una società la funzione della individualità.
Nel bene o nel male, per progredire, è necessario un impulso e un desiderio che appartenga a qualche componente di una comunità, ma non a tutti: De Luca ha tale carattere.
Personalmente ritengo che questi uomini come Vincenzo De Luca posseggono una qualità che non mi piacerebbe veder scomparire dal mondo: una qualità di energia e di iniziativa personali, di indipendenza di spirito e di visione immaginativa.
Quello che ha fatto progredire l’umanità nel passato sono stati proprio individui capaci di esercitare un influsso sulle faccende umane con successo.
De Luca, per Salerno, riscatta in un certo senso quella inferiorità della nostra epoca rispetto al passato, inferiorità che deriva inevitabilmente dal fatto che la società è centralizzata e organizzata a tal punto che l’iniziativa individuale è ridotta ad un minimo.
Dove fiorì l’arte in passato, essa fiorì, di regola, in mezzo a piccole comunità, che avevano dei rivali tra le comunità vicine, come gli stati cittadini della Grecia, i piccoli principati del Rinascimento, le minuscole corti dei sovrani tedeschi del XVIII secolo; non esiste solo Dubai da prendere come paragone negativo.
De Luca, promuovendo la salernitanità, promuovendo uno spirito di appartenenza cittadino, genera un vitale impulso, direi essenziale, alle rivalità locali. Quelle rivalità sane che hanno avuto la loro parte nella costruzione delle cattedrali, perché ogni vescovo ambiva ad avere una cattedrale più bella di quella del vescovo vicino.
Sarebbe cosa ottima se le città potessero sviluppare un orgoglio artistico che De Luca propone, che le inducesse a una rivalità reciproca, e se ciascuna avesse la propria scuola di pittura, non senza un vigoroso disprezzo per la scuola della città vicina.
Purtroppo tali patriottismi locali non fioriscono facilmente in un mondo di vasti imperi e di libera mobilità se non con un risveglio di un sentimento di appartenenza che De Luca riesce ad inculcare perché egli ci crede davvero.
L’uomo di Caserta non è facilmente portato a sentire nei riguardi dell’uomo di Salerno, quello che sentiva l’uomo di Atene per quello di Corinto, o il fiorentino per il veneziano.
Nonostante tutte le difficoltà De Luca affronta, nella sua opera di amministratore, questo problema di dare importanza alla singola località e per tale via riesce ad entusiasmare e a far apparire la vita umana meno grigia, insulsa e monotona.
La critica mossa a De Luca molto spesso è fatta da gente che sa troppo ma sente troppo poco. Quanto meno sente in misura troppo modesta quelle emozioni creative da cui ha origine il meglio della vita.
Troppo spesso chi critica De Luca ha nei riguardi delle cose importanti un atteggiamento passivo; sono attivi sempre quando si tratta di cose irrilevanti.
De Luca mi ha convinto che bisogna trovare il modo di ripristinare l’iniziativa individuale non solo nelle cose che sono insignificanti, ma nelle cose che hanno una importanza reale.
Quello che fa De Luca per Salerno può essere pericoloso, ma si tratta di un concetto di pericolo ben rappresentato da un indiano Crow intervistato dal Dott. Lowrie in una riserva dove era stato confinato.
Alla domanda se “preferiva continuare ad avere la sicurezza che ha oggi o il pericolo che aveva un tempo”, la sua risposta fu: “il pericolo come un tempo. Era un pericolo glorioso”.
De Luca opera con passione, con competizione; al suo interno si legge quel “selvaggio” che si nasconde in ognuno di noi e che riesce a trovare uno sfogo non incompatibile con la vita civile e con la felicità del suo prossimo, egualmente “selvaggio”
Giovanni Falci

PERCHE' TORRACA


Perché ho necessità di Torraca
Non ci sono più deserti. Non ci sono più isole.
Però se ne sente il bisogno. Per capire il mondo bisogna a volte distrarsi; per servire meglio gli uomini bisogna tenerli un momento a distanza.
Ma dove trovare la solitudine necessaria, il lungo respiro in cui si ritrova se stessi? A Torraca sicuramente.
Nelle città ci sono troppi rumori del passato. Un orecchio esercitato vi percepisce la vertigine dei secoli; si sentono le rivoluzioni, la gloria; si ricordano i clamori e questo sicuramente non fa silenzio.
Nelle città gli uomini sanno cosa hanno da fare, possono scegliere la compagnia. Sono accompagnati da secoli di storia e di bellezza, ma viene un momento in cui si ha la necessità di restare soli con se stesso: “a noi due!”.
Quando si deve meditare il cuore chiede luoghi senza poesia proprio come il deserto. Non a caso Cartesio, dovendo meditare scelse il suo deserto, scelse una città dove poter trovare la solitudine, ma oggi quella Amsterdam non è più la stessa, si è coperta di musei e quindi di storia e di bellezza.
Per fuggire la poesia e ritrovare la pace con se stessi ci vogliono oggi altri deserti, altri luoghi senza anima e senza ricordi. Torraca è uno di questi.
Spesso ho sentito dei torrachesi lamentarsi del loro paese: “non c’è un ambiente interessante”. Alcune persone istruite hanno provato ad acclimatare in questo deserto i costumi di un altro mondo fedeli a quel principio secondo cui l’arte e le idee vengono meglio se siamo in molti.
Il risultato è che la sola compagnia istruttiva resta quella dei giocatori di briscola al bar di Luciano o di Ninuccio. Qui almeno regna la naturalezza.
In fin dei conti esiste una grandezza che non si presta ad essere elevata; chi desidera trovarla lascia gli “ambienti” per scendere nella strada.
Nelle strade di Torraca io ritrovo le campane che significano pace, regolarità, rassicurante valore delle abitudini antiche. Le campane coprono i clamori della storia. A Salerno non si sentono anche se sicuramente rintoccano.
Adoro i torrachesi che costretti a vivere di fronte ad un paesaggio ammirevole hanno superato questa terribile prova coprendosi di costruzioni bruttissime. Tutto il cattivo gusto di Europa si è dato appuntamento a Torraca.
Vi si trovano alla rinfusa nuove costruzioni intensamente sgradevoli nei colori, nelle proporzioni, nei materiali; l’alluminio anodizzato la fa da padrone in ogni infisso e porta; si trovano persino una coppia di leoni veneziani di cemento in bella mostra su un balcone.
M questo impegno nel cattivo gusto prende qui a Torraca un aspetto barocco che fa perdonare tutto.
A Torraca si possono trovare 1) due bar con il proprietario raramente sorridente nonostante la sala sempre piena; 2) un ristorante sul fronte strada che sembrava allegro ma che in effetti nascondeva una profonda infelicità di chi lo governava; 3) una macelleria e una farmacia con la stessa atmosfera.
Il deserto ha qualcosa di implacabile. Il cielo di Torraca , le sue strade e i suoi alberi, tutto contribuisce a creare questo universo denso e impassibile in cui il cuore e la mente non sono mai distratti da se stessi né dal loro solo oggetto che è l’uomo.
E’ per me un eremo difficile. Si scrivono libri su Atene, Firenze, città che hanno formato tanti spiriti europei, conservano di che intenerire o esaltare, saziano una certa fame dell’anima con il ricordo.
Ma io mi intenerisco a Torraca in un paese in cui nulla stimola lo spirito, dove la sua bruttezza è anonima, dove il passato è ridotto a niente.
Eppure questo luogo mi seduce, mi seduce certamente la solitudine e, forse, le creature.
Evidentemente appartengo a quella razza di uomini per i quali ogni luogo in cui le creature sono belle è una patria amara. Torraca è una delle sue mille capitali.

Giovanni Falci