giovedì 12 maggio 2011

PERCHE' TORRACA


Perché ho necessità di Torraca
Non ci sono più deserti. Non ci sono più isole.
Però se ne sente il bisogno. Per capire il mondo bisogna a volte distrarsi; per servire meglio gli uomini bisogna tenerli un momento a distanza.
Ma dove trovare la solitudine necessaria, il lungo respiro in cui si ritrova se stessi? A Torraca sicuramente.
Nelle città ci sono troppi rumori del passato. Un orecchio esercitato vi percepisce la vertigine dei secoli; si sentono le rivoluzioni, la gloria; si ricordano i clamori e questo sicuramente non fa silenzio.
Nelle città gli uomini sanno cosa hanno da fare, possono scegliere la compagnia. Sono accompagnati da secoli di storia e di bellezza, ma viene un momento in cui si ha la necessità di restare soli con se stesso: “a noi due!”.
Quando si deve meditare il cuore chiede luoghi senza poesia proprio come il deserto. Non a caso Cartesio, dovendo meditare scelse il suo deserto, scelse una città dove poter trovare la solitudine, ma oggi quella Amsterdam non è più la stessa, si è coperta di musei e quindi di storia e di bellezza.
Per fuggire la poesia e ritrovare la pace con se stessi ci vogliono oggi altri deserti, altri luoghi senza anima e senza ricordi. Torraca è uno di questi.
Spesso ho sentito dei torrachesi lamentarsi del loro paese: “non c’è un ambiente interessante”. Alcune persone istruite hanno provato ad acclimatare in questo deserto i costumi di un altro mondo fedeli a quel principio secondo cui l’arte e le idee vengono meglio se siamo in molti.
Il risultato è che la sola compagnia istruttiva resta quella dei giocatori di briscola al bar di Luciano o di Ninuccio. Qui almeno regna la naturalezza.
In fin dei conti esiste una grandezza che non si presta ad essere elevata; chi desidera trovarla lascia gli “ambienti” per scendere nella strada.
Nelle strade di Torraca io ritrovo le campane che significano pace, regolarità, rassicurante valore delle abitudini antiche. Le campane coprono i clamori della storia. A Salerno non si sentono anche se sicuramente rintoccano.
Adoro i torrachesi che costretti a vivere di fronte ad un paesaggio ammirevole hanno superato questa terribile prova coprendosi di costruzioni bruttissime. Tutto il cattivo gusto di Europa si è dato appuntamento a Torraca.
Vi si trovano alla rinfusa nuove costruzioni intensamente sgradevoli nei colori, nelle proporzioni, nei materiali; l’alluminio anodizzato la fa da padrone in ogni infisso e porta; si trovano persino una coppia di leoni veneziani di cemento in bella mostra su un balcone.
M questo impegno nel cattivo gusto prende qui a Torraca un aspetto barocco che fa perdonare tutto.
A Torraca si possono trovare 1) due bar con il proprietario raramente sorridente nonostante la sala sempre piena; 2) un ristorante sul fronte strada che sembrava allegro ma che in effetti nascondeva una profonda infelicità di chi lo governava; 3) una macelleria e una farmacia con la stessa atmosfera.
Il deserto ha qualcosa di implacabile. Il cielo di Torraca , le sue strade e i suoi alberi, tutto contribuisce a creare questo universo denso e impassibile in cui il cuore e la mente non sono mai distratti da se stessi né dal loro solo oggetto che è l’uomo.
E’ per me un eremo difficile. Si scrivono libri su Atene, Firenze, città che hanno formato tanti spiriti europei, conservano di che intenerire o esaltare, saziano una certa fame dell’anima con il ricordo.
Ma io mi intenerisco a Torraca in un paese in cui nulla stimola lo spirito, dove la sua bruttezza è anonima, dove il passato è ridotto a niente.
Eppure questo luogo mi seduce, mi seduce certamente la solitudine e, forse, le creature.
Evidentemente appartengo a quella razza di uomini per i quali ogni luogo in cui le creature sono belle è una patria amara. Torraca è una delle sue mille capitali.

Giovanni Falci

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