
Perché ho necessità di Torraca
Non ci sono più deserti. Non ci sono più isole.
Però se ne sente il bisogno. Per capire il mondo bisogna a volte distrarsi; per servire meglio gli uomini bisogna tenerli un momento a distanza.
Ma dove trovare la solitudine necessaria, il lungo respiro in cui si ritrova se stessi? A Torraca sicuramente.
Nelle città ci sono troppi rumori del passato. Un orecchio esercitato vi percepisce la vertigine dei secoli; si sentono le rivoluzioni, la gloria; si ricordano i clamori e questo sicuramente non fa silenzio.
Nelle città gli uomini sanno cosa hanno da fare, possono scegliere la compagnia. Sono accompagnati da secoli di storia e di bellezza, ma viene un momento in cui si ha la necessità di restare soli con se stesso: “a noi due!”.
Quando si deve meditare il cuore chiede luoghi senza poesia proprio come il deserto. Non a caso Cartesio, dovendo meditare scelse il suo deserto, scelse una città dove poter trovare la solitudine, ma oggi quella Amsterdam non è più la stessa, si è coperta di musei e quindi di storia e di bellezza.
Per fuggire la poesia e ritrovare la pace con se stessi ci vogliono oggi altri deserti, altri luoghi senza anima e senza ricordi. Torraca è uno di questi.
Spesso ho sentito dei torrachesi lamentarsi del loro paese: “non c’è un ambiente interessante”. Alcune persone istruite hanno provato ad acclimatare in questo deserto i costumi di un altro mondo fedeli a quel principio secondo cui l’arte e le idee vengono meglio se siamo in molti.
Il risultato è che la sola compagnia istruttiva resta quella dei giocatori di briscola al bar di Luciano o di Ninuccio. Qui almeno regna la naturalezza.
In fin dei conti esiste una grandezza che non si presta ad essere elevata; chi desidera trovarla lascia gli “ambienti” per scendere nella strada.
Nelle strade di Torraca io ritrovo le campane che significano pace, regolarità, rassicurante valore delle abitudini antiche. Le campane coprono i clamori della storia. A Salerno non si sentono anche se sicuramente rintoccano.
Adoro i torrachesi che costretti a vivere di fronte ad un paesaggio ammirevole hanno superato questa terribile prova coprendosi di costruzioni bruttissime. Tutto il cattivo gusto di Europa si è dato appuntamento a Torraca.
Vi si trovano alla rinfusa nuove costruzioni intensamente sgradevoli nei colori, nelle proporzioni, nei materiali; l’alluminio anodizzato la fa da padrone in ogni infisso e porta; si trovano persino una coppia di leoni veneziani di cemento in bella mostra su un balcone.
M questo impegno nel cattivo gusto prende qui a Torraca un aspetto barocco che fa perdonare tutto.
A Torraca si possono trovare 1) due bar con il proprietario raramente sorridente nonostante la sala sempre piena; 2) un ristorante sul fronte strada che sembrava allegro ma che in effetti nascondeva una profonda infelicità di chi lo governava; 3) una macelleria e una farmacia con la stessa atmosfera.
Il deserto ha qualcosa di implacabile. Il cielo di Torraca , le sue strade e i suoi alberi, tutto contribuisce a creare questo universo denso e impassibile in cui il cuore e la mente non sono mai distratti da se stessi né dal loro solo oggetto che è l’uomo.
E’ per me un eremo difficile. Si scrivono libri su Atene, Firenze, città che hanno formato tanti spiriti europei, conservano di che intenerire o esaltare, saziano una certa fame dell’anima con il ricordo.
Ma io mi intenerisco a Torraca in un paese in cui nulla stimola lo spirito, dove la sua bruttezza è anonima, dove il passato è ridotto a niente.
Eppure questo luogo mi seduce, mi seduce certamente la solitudine e, forse, le creature.
Evidentemente appartengo a quella razza di uomini per i quali ogni luogo in cui le creature sono belle è una patria amara. Torraca è una delle sue mille capitali.
Giovanni Falci
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