lunedì 20 luglio 2009

DIGNITA' DELL'UOMO E MOSCHETTONI


Ritengo che il concetto di dignità della persona sia uno di quei diritti umani inalienabili posto a fondamento di ogni ordinamento giuridico democratico.
Questo sacrosanto diritto però viene tutti i giorni violato sistematicamente proprio all’interno di quei luoghi deputati al riconoscimento del diritto:i Tribunali.
La scena infatti dei detenuti tradotti presso gli uffici giudiziari è quanto di più lesivo possa esistere della dignità dell’uomo.
Nei corridoi del Tribunale ci si imbatte in quelle mini-carovane di guardie penitenziarie che portano attaccati con catene,imputati ammanettati.
Tra la folla di avvocati,parti in causa,testimoni e quant’altro,si aprono la breccia questi novelli negrieri che,sebbene per ragioni diverse,si comportano nei fatti come quei reclutatori di schiavi del XVII secolo.
Si potrà obiettare che queste guardie carcerarie perseguono lo scopo di assicurare alla legge un presunto innocente e non sono mossi da idee razziste,ma la scena cui danno origine è la medesima e la sensazione dell’imputato in vinculis che cammina ammanettato tra altri esseri umani liberi non deve certo essere piacevole.
Ma io aggiungo di più:non è piacevole questa scena neanche a quelle persone libere che incontrano lo sguardo del detenuto.
Per carità se si è commesso un reato per il quale è prevista la privazione della libertà personale,questa deve avvenire,ma da qui a negare la dignità a queste persone ce ne passa. Perché il problema è proprio questo:nel bilanciamento tra il diritto alla dignità dell’essere umano e il diritto della sicurezza della collettività e della pretesa punitiva dello Stato,non può cancellarsi il primo per perseguire il secondo.
Si può raggiungere lo scopo attuando entrambi i diritti.
L’imputato,oltre che presunto innocente è un essere umano; tutte le Carte Costituzionali che hanno dato vita agli attuali regimi democratici affermano solennemente l’esistenza di diritti inviolabili dell’uomo.
Solo che per il detenuto sembra applicarsi un diritto umano di II livello.
La privacy così attuale nello sviluppo del diritto contemporaneo non viene prevista per l’arrestato incatenato per il quale sembra applicarsi la legislazione medioevale che prevedeva la gogna,l’esatto contrario della privacy.
Sono state emanate e vengono anche applicate con rigore e severità norme a tutela della privacy per cui è punito l’avvocato che tiene esposto nel proprio studio privato un fascicolo da cui si evince il nome del proprio cliente,ma non succede niente per il cliente ammanettato che nel Tribunale,luogo pubblico,va in giro per gli uffici al “guinzaglio”. Perché mai mi domando è grave che si sappia che il Sig. Tizio o Caio ha in corso una causa di cui non si sa neanche l’oggetto e non è invece grave che il Sig. Mevio pubblicamente,con la sua persona,informi tutti che ha un processo in corso?
Nel 2007,in coerenza con la legislazione così attenta al diritto alla dignità degli esseri umani,e nell’epoca dei c.d. “beni nomadi”,telefonini,personal computer,iPod etc,si dovrebbe e potrebbe adottare un sistema che contemperi il diritto pubblico del processo penale all’arrestato e il diritto privato e personalissimo della dignità umana.
Il collegamento in rete dei computer tra carcere e Uffici Giudiziari potrebbe essere la soluzione per far vivere anche all’arrestato che non è un cittadino di serie B i benefici della tecnologia. Attraverso la web camera ci sarebbe la possibilità del collegamento video tra giudice e imputato tra l’altro ad un costo economico di gran lunga inferiore alla tradizionale “traduzione”.
Non è difficile operativamente ma lo è senz’altro culturalmente.
Se non si ha la sensibilità di pensare al disagio che prova un proprio simile a camminare come un “animale” al guinzaglio non si potrà mai giungere all’adozione di rimedi assolutamente praticabili.
Se ci sarà sempre il falso alibi che comunque “quello se lo merita”,”che è colpa sua se si trova in quelle condizioni”,allora non ci resta che concludere che quelle affermazioni dei diritti dell’uomo sono una mera enunciazione astratta di pensieri,un colto gioco per intellettuali e non un concreto principio di crescita sociale.
Giovanni Falci

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